Illusione e Speranza

6 Giugno 2022
Quest’anno compio i miei primi settant’anni; questo genera in me una profonda gratitudine per il regalo che la vita mi ha dato, cui si affianca la responsabilità di pensare alla continuità dell’opera qui intrapresa.

Mentre penso alla nave che è in viaggio portando nella stiva il generatore di ossigeno che presto sarà installato in Ospedale, trovo il piccolo Neimar, 5 anni, ricoverato da noi per una frattura alla gamba sinistra, conseguenza dell’investimento da parte di una moto nel pieno centro del suo paese.

Trovo Neimar in sala operatoria, pronto per l’anestesia e seduto sul lettino operatorio come fosse un adulto. E’ insolito trovare un bambino che non piange, che non ha paura, che non cerca il conforto della sua mamma.

Insomma, Neimar sembra pieno di insolito coraggio e senza paura. Per protocollo operatorio, dovremmo sedarlo ma, visto il suo atteggiamento così maturo, scelgo l’anestesia spinale che si pratica agli adulti.

Mi accompagna Araceli, una dottoressa boliviana che si è presentata volontariamente alcuni mesi fa, decisa a restare con noi per un buon periodo di tempo in attesa di essere chiamata agli Esami di Specialità che saranno il prossimo anno.

Le insegno quanto ho imparato nella mia esperienza di oltre trent’anni di pratica anestesiologica, permettendole di praticare la sua prima spinale in questo bambino.

Neimar è seduto sul lettino per ricevere la puntura spinale, tranquillo, senza paura e senza piangere. Quando l’ago punge gli scappa un grido, ma è subito tranquillizzato dall’abbraccio dell’infermiera che in quechua gli spiega che il dolore è già passato, stiamo operando per il suo bene, aggiusteremo la sua gamba rotta e lo rimetteremo in grado di camminare e correre come prima.

L’intervento procede senza inconvenienti e il bambino non prova dolore mentre il traumatologo fissa il femore con una placca e 8 viti. Tutti i presenti condividono l’impressione di un bambino coraggioso, che ha saputo sopportare paura e dolore senza fare tragedie e senza aver reso necessari sedativi o anestesia generale.

Penso che bambini così siano rari; rappresentano la continuazione della “razza di bronzo”, inflessibili, resistenti e duri, adatti per affrontare un futuro che richiederà capacità di adattamento e resistenza. In maggioranza, i bambini della sua età non si lasciano portare in sala operatoria se non addormentati, altrimenti urlano e strillano, vogliono il conforto e la protezione dei genitori.

Araceli è contenta del risultato, io lo sono vedendo che il bambino resta sveglio, senza manifestare dolore, per tutto il tempo dell’intervento. Condivido, come fosse anche per me la prima anestesia, l’emozione di Araceli, che dal timore di aver fatto un passo troppo grande, passa alla gioia e alla soddisfazione del buon risultato. Mi chiedo se aver permesso a una giovane dottoressa di pungere la colonna di un bambino sia stato un viatico per futuri buoni frutti, un’esperienza che rimarrà come ricordo del primo passo nella pratica anestesiologica.

Non voglio cullare illusioni e non azzardo conclusioni. Molte illusioni coltivate a riguardo di diverse persone si sono dissolte senza lasciare traccia. Rimane il fatto che Araceli non è stata cercata da noi, ma è giunta di propria iniziativa dalla città ad Anzaldo circa due mesi fa, presentandosi come neolaureata desiderosa di esercitare con noi la pratica medica nel periodo a sua disposizione per prepararsi all’esame di ammissione alla specialità. Mi ha chiesto se l’accettavo come volontaria in Ospedale, per rafforzare le sue conoscenze e integrarle con la pratica a fianco del paziente, invece di oziare sui libri.

In un primo momento, invece di rallegrarmi apertamente della rara sorpresa, ho assunto un atteggiamento distaccato, per mettere alla prova la sua determinazione di imparare e restare con noi. Normalmente chi si offre volontario, chiede un compenso o almeno il vitto e l’alloggio. Araceli invece aveva la risposta già pronta, e mi ha spiazzato dicendomi che si sarebbe arrangiata alloggiando fuori dall’ospedale, e senza gravare sul personale dell’ospedale nemmeno per il cibo. Mi chiese quando poteva incominciare. La mia risposta a quel punto non poteva che essere “da subito”; e da allora Araceli è una di noi.

Ha iniziato scartabellando fra le storie cliniche dei pazienti e mettendole in ordine, visitando i ricoverati per poterli presentare al “giro medico” del mattino. Nell’esposizione dimostrava scioltezza, usava termini appropriati con competenza che lasciava trasparire una solida formazione di base. Le ho chiesto se si sentiva di preparare anche una esposizione settimanale che trattasse un tema pratico di interesse medico, per aggiornare e migliorare tutto il nostro personale. E la sua esposizione non ha deluso le aspettative. A questo punto, a pieno diritto, ha ricevuto da noi vitto e alloggio come compenso per l’impegno. La buona volontà non le manca; in poco tempo, ha occupato il mio consultorio dove accoglie il paziente per la prima visita medica e da dove ordina al laboratorio gli esami necessari. La tratto come una figlia, e sono felice di poter insegnare e trasmettere a lei l’esperienza di cui la lunga esperienza in questi posti mi ha arricchito. E’ una promessa, e come tale la vogliamo coltivare.

Reputo tutto questo un grande Dono, un Dono che leggo e interpreto come un segno di pura Provvidenza.

All’inizio Araceli non sapeva quale specialità scegliere, ma un giorno mi ha sorpreso comunicandomi che aveva deciso per l’anestesiologia. Se il fiuto non mi inganna, quanto ho raccontato mi fa prevedere (lo dico a bassa voce e con la giusta dose di cautela) che questa giovane dottoressa, se ben coltivata, potrà diventare un giorno la persona giusta che da tempo silenziosamente stavo cercando, quella alla quale assegnare responsabilità via via crescenti, fino ad affidarle le complesse dinamiche della conduzione medica dell’Ospedale.

Portare avanti un Ospedale, piccolo ma oggi ben strutturato e funzionante, è una grande sfida per chiunque. Anzitutto è richiesta la vocazione al Servizio del malato e del paziente magari lasciato da parte dalle istituzioni pubbliche; ci vogliono grande motivazione e forte passione per aiutare il malato che è stato portato ad Anzaldo dalla speranza di trovare qui la soluzione ai suoi problemi di salute.

Mi rendo conto che ho usato due volte la parola “illusione”. Nelle condizioni in cui operiamo, l’illusione è un pericolo sempre in agguato. Anzitutto sul piano mio personale, l’ho sperimentato quando mi è accaduto di “illudermi” di aver trovato facilmente la persona giusta cui affidare la responsabilità di continuare quanto finora da me creato e avviato.

Ma anche il paziente è esposto a un rischio simile, quando viene ad Anzaldo “illudendosi” di trovare la soluzione dei suoi problemi di salute. La nostra sfida quotidiana per noi consiste nella ricerca delle migliori risposte per far sì che quella del paziente sia sempre meno un’illusione e sempre più una reale, fondata speranza.

Oggi, la presenza di Araceli in Ospedale porta un concreto aiuto, oltre alla nuova Speranza di poter contare su un buon servizio volontario. Araceli è la nostra grande alleata nella lotta quotidiana per trasformare le illusioni in realtà. I giorni che verranno diranno se l’illusione (o a questo punto è meglio chiamarla fiducia?) posta in una giovane che vuole crescere nel servizio è solo un sogno o si può trasformare in una realtà concreta, capace di assicurarci continuità e quindi meritevole di essere appoggiata con tutta la nostra convinzione.

Dott. Pietro Gamba

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