Lettera di Iris

25 Maggio 2021

Mi chiamo Iris e sono di Bergamo. Questa semplice frase da un anno a questa parte ha fatto sgranare gli occhi ai miei interlocutori non lombardi. E la risposta era sempre all’incirca: “Da Bergamo? Poveretti, chissà cosa avete vissuto per colpa del Covid”.
Nell’ultimo anno ho capito che ci sono due tipi di paure. La prima mi rimanda a marzo 2020. Era una paura premonitrice, si capiva che preannunciava che qualcosa di grosso stava per accadere. Sono quelle sensazioni che si fatica ad immaginare finchè non si provano in prima persona. Finchè le ambulanze si vedevano al telegiornale e i contagiati erano un numero proveniente da un paese lontano, la paura era solo una questione di empatia verso chi soffriva.

Poi, quel qualcosa di grande è successo. Le sirene delle ambulanze si sentivano dalla finestra, i contagiati avevano un nome e un cognome e il telegiornale ha iniziato a trasmettere le immagini del mio paese. “Il papà di Giulia è finito in ospedale”. “Hanno intubato la nonna di Marco”. “Ho visto la Monica sul giornale, poveretta…”. Dopo questa fase, ho iniziato a provare il secondo tipo di paura, quella reale, quella che si prova quando si sa già cosa accadrà. Si conoscono esattamente tutti gli scenari: gli spostamenti limitati, le sirene delle ambulanze, i numeri di contagi al tg, gli ospedali in sovraccarico… è per questo che si ha paura, perché sai che la seconda e la terza fase saranno un incubo già vissuto, l’ennesima battaglia di una guerra da affrontare già con le ferite del combattimento precedente.

Ed è proprio questa la paura che ho provato quando Pietro Gamba mi ha detto che in Bolivia la pandemia sta esplodendo ora e che, proprio ora, sono a corto di ossigeno. Viene chiamata la tempesta perfetta: è l’uragano che colpisce i punti più vulnerabili col massimo della sua potenza. E se noi, lombardi, italiani, europei, stiamo uscendo malconci e zoppicanti da questa pandemia, come potrà uscirne un paese come la Bolivia, senza sanità pubblica, senza risorse economiche e materiali, ma soprattutto senza ossigeno?

A Cochabamba sta arrivando il freddo dell’inverno, la circolazione dei virus aumenta e ci si mette in fila per sperare in una bombola di ossigeno per un proprio caro che si è ammalato, sperando di ottenerla in tempo. Mancano addirittura le mascherine e la gente muore proprio come moriva a Bergamo: la settimana prima stava bene e adesso non c’è più.

Pietro vuole installare nel suo ospedale ad Anzaldo un impianto permanente per la produzione di ossigeno, una risorsa per tutta la popolazione e per gli ospedali vicini. Per farlo occorrono però 80mila euro. Alcune aziende italiane, solidali con la missione di Pietro, hanno presentato dei preventivi tra i 40 e i 50mila euro: una cifra ancora al di sopra delle tasche della Fondazione Pietro Gamba. Abbiamo sperimentato quanto l’ossigeno sia fondamentale per combattere questa guerra e sappiamo anche che non possiamo più permetterci di considerare le notizie che arrivano da un paese lontano come faccende che non ci riguardano. Questo errore l’abbiamo già commesso più di un anno fa.

Ed eccoci qua, perché qualcosa abbiamo imparato da questa crisi, e anche se non siamo tutti sulla stessa barca, siamo di certo tutti nello stesso oceano.

PUOI SOSTENERE LA FONDAZIONE PIETRO GAMBA DONANDO SECONDO I SEGUENTI METODI:

  • Bonifico Bancario Banco BPM, codice IBAN: IT08 H 05034 53570 0000 0000 8888
  • Bonifico Banco Posta, codice IBAN: IT35 P 07601 11100 001026120871
  • Bollettino Postale al conto corrente: 1026120871


Un abbraccio, Iris.

Il ritaglio dell’articolo che il periodico PRIMA BERGAMO ha dedicato all’attuale situazione Covid in Bolivia e all’appello lanciato dal Dottor Pietro Gamba ai bergamaschi e a chiunque vorrà partecipare per la raccolta fondi destinata all’acquisto di un impianto di produzione d’ossigeno.

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