Soddisfazione

14 Ottobre 2022

La soddisfazione è la ricompensa personale per le cose fatte per bene, è quello che si prova nel proprio intimo quando arrivano i risultati. Quando sai dare qualcosa di tuo, e vedi che questo è servito e ha fatto presa sugli altri. La soddisfazione ha il suono del risultato raggiunto con la perseveranza, la persistenza, la pazienza necessarie per credere di essere sulla strada giusta e percorrerla fino in fondo.

È quello che ho provato qualche giorno fa affrontando di domenica, con poco personale a disposizione, quanto non avevo mai osato prima: programmare quattro interventi chirurgici TURP (resezione transuretrale della prostata) in un unico giorno, per sfruttare a fondo la presenza di un buon urologo. Si tratta di Maurizio Fuentes un medico che ai tempi della formazione era stato interno nel nostro ospedale, e ora è specializzato in urologia: essendo anche persona di buoni principi, si è reso disponibile per darci una mano, pur dovendo venire in aereo da Santa Cruz lontana 600 chilometri da Anzaldo.

Il personale coinvolto nell’evento ha dato fondo alla propria preparazione per evitare improvvisazioni, soprattutto per il lavaggio urinario che, per quattro pazienti sottoposti a questo tipo di intervento, richiede una scorta di almeno 120 litri di acqua sterile. Le autoclavi hanno funzionato a dovere il che conferma, una volta di più, quanto sia importante mantenere controllati ed efficienti gli strumenti in dotazione: mai abbassare la guardia nei confronti del rischio che comporta una manutenzione trascurata, come se ogni cosa fosse fatta per durare in eterno senza mai guastarsi.

Si è iniziato a operare verso le 11 del mattino per attendere l’arrivo del chirurgo. Programmazione sovradimensionata e tempi ristretti dunque; ma coordinazione e ritmo degli interventi stavano funzionando senza complicazioni, nonostante il sanguinamento del primo paziente che ha costretto tutti a lavorare fin verso le 17 senza fermarsi nemmeno per il pranzo.

Ma nel frattempo è arrivato il fuori programma. Si è iniziato con il ricovero d’urgenza di Florentino, un paziente con un volvolo intestinale che gli causava forti dolori. Le sue grida imponevano un intervento immediato: attraverso una rettosigmoidoscopia eseguita con la sonda rettale si è riusciti a liberarlo dal dolore, per poi chiamare d’urgenza il chirurgo che avrebbe eseguito l’intervento di riduzione dell’intestino con abboccamento addominale, operazione comune nei casi di malattia di Chagas.

Dal fuori programma… all’inverosimile. Dall’emergenza, l’infermiera avvisa che è arrivata una signora con un’ernia addominale strozzata e irriducibile; anche lei è sofferente, urla dal dolore provocato dall’intestino ‘strozzato’ nell’anello erniario. Quasi subito dopo, piomba da noi un’ambulanza proveniente dalla zona tropicale, a duecento chilometri da Anzaldo, trasportando un giovane in condizioni molto gravi, che da due giorni sta vagando da un ospedale all’altro senza trovare assistenza, a causa delle sue limitate possibilità economiche.

Il chirurgo, che nel frattempo era arrivato dalla città, visita Dario, 25 anni, e la diagnosi è di addome acuto sanguinante a seguito di una ferita da arma da fuoco, con pallottole usate per la caccia al cinghiale. Mentre si eseguono le prime analisi su Dario, nella nostra seconda sala chirurgica da poco inaugurata si inizia a operare la donna con l’ernia strozzata; intanto la dottoressa Araceli, già pratica dell’anestesia, segue gli interventi urologici che sono ormai al termine.

Seguendo l’ordine di arrivo in ospedale toccherebbe al paziente con il volvolo intestinale, che ha bisogno di resezione e anastomosi intestinale; ma siamo costretti a farlo attendere, spiegandogli che Dario rischia la vita se non viene operato immediatamente. Così le nostre infermiere – senza badare alla stanchezza e senza lamentarsi del peso di una domenica senza sosta e senza pranzo – si inventano chissà come e chissà da dove il nuovo materiale sterile necessario per proseguire gli interventi imprevisti e impegnativi: compresse e soprattutto altra acqua sterile per il lavaggio addominale, alle cui scorte si era dato fondo per gli interventi urologici.

Dario viene intubato, e il bravo chirurgo gli chiude abilmente otto perforazioni intestinali. Il suo operato riporta alla mente Papa Wojtila, che dopo l’attentato venne salvato dall’esperienza di bravi chirurghi in un intervento analogo a questo.

Intanto, provvidenzialmente, Florentino ha ricevuto sollievo dalla decompressione provocata dalla sonda, i dolori per il volvolo intestinale si sono attenuati, e questo permette di riprogrammare il suo intervento a un altro giorno.
È notte fonda. Consumiamo in silenzio il cibo ormai freddo che ci attendeva da parecchie ore. Si conclude così una domenica caratterizzata dagli sforzi e dalla fatica che tutto il personale ha sopportato con disponibilità, permettendoci di affrontare anche gli imprevisti. Il chirurgo condivide la soddisfazione per essere riusciti insieme a portare a termine una sfida già ardua in partenza, e complicata poi dalle urgenze che si sono verificate. Sentiamo di aver superato una sorta di test sulla solidità delle nostre convinzioni, lasciando da parte la stanchezza, non accampando scuse per le circostanze eccezionali in cui ci siamo trovati, e dimostrando impegno e disponibilità nei confronti di chi sta male e chiede aiuto.

Abbiamo esaurito i posti letto, se non erro era dal colera del ‘91 che non avevamo l’ospedale pieno. A volte i posti letto sono addirittura vuoti, ma la soddisfazione più profonda la provo in giornate come questa imprevedibile domenica in cui l’ospedale riesce a sopportare carichi di lavoro eccezionali dando risposte adeguate a chi ne ha bisogno.

Altre situazioni davvero infernali si verificano nel caso di incidenti stradali che coinvolgono parecchie persone, come quando un camion o una corriera si ribaltano lungo la strada e le ambulanze scaricano da noi feriti anche gravi. Lo scorso mese un minibus è precipitato di notte nel vuoto in un tornante, con un salto di quaranta metri. In un attimo siamo stati catapultati giù dai nostri letti e l’ospedale è entrato in una specie di incubo difficile da descrivere: pianti, grida di dolore, sangue ovunque e brandelli di tessuti staccati che davano la misura del disastro.

Tre persone avevano perso la vita restando intrappolate nel mezzo accartocciato nella scarpata, a noi toccava il compito di salvare la vita a giovani e bambini sanguinanti e urlanti, che presentavano grandi ferite, emorragie e fratture esposte. La prima cosa da fare senza perdere tempo prezioso era la trasfusione di sangue, monitorando pressione, frequenza cardiaca e respiro. Tutto questo mette alla prova preparazione, coordinazione e motivazione del personale che in questi casi deve fare lavoro di gruppo, animato dal fine comune di mettere a disposizione conoscenze, esperienza e passione per aiutare il prossimo.
Le radiografie sono un prezioso supporto diagnostico per conoscere la gravità dei feriti, senza sminuire l’importanza del laboratorio che con i primi dati ci orienta per stabilire la prognosi e capire se è necessario il trasferimento in centri più specializzati in città.
Per mettere il nostro ospedale in grado di fronteggiare al meglio questi grandi incidenti ci vorrebbe la tomografia, ma poi mancherebbero la terapia intensiva, il neurochirurgo e anche l’esperienza professionale che si acquisisce con tanti anni di pratica. Non riusciamo a fare tutto, ma quando ci penso mi torna in mente mio papà che se mi vedeva insoddisfatto mi diceva in dialetto bergamasco ‘content’…

Mai come in queste emergenze, quando tutto il personale è impegnato per fronteggiarle, riesco a valorizzare lo sforzo che comporta quanto viene fatto. E apprezzo fino in fondo l’importanza di essere un gruppo affiatato in cui ognuno ricopre un compito specifico, con competenza.
L’obiettivo della nostra presenza qui è spendersi per gli altri, colmando per quanto possiamo l’insufficienza di assistenza medica.

Quando si verifica un grosso incidente l’ospedale passa in un istante da uno stato di apparente sonnolenza a un’attività incalzante, con radiografie, prelievi per il laboratorio, trasfusioni di sangue, telefonate agli specialisti che con ormai provata disponibilità ci appoggiano per traumatologia, chirurgia o terapia d’urgenza.
Nel corso di ormai parecchi anni, ho accumulato tantissime attestazioni di riconoscenza espresse con tipica semplicità da persone che qui in ospedale hanno trovato aiuto in momenti difficili, in cui molti rischiavano la vita. Questa è la più grande soddisfazione che si possa provare.

Dott. Pietro Gamba

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