Tinkunakama (Fino al prossimo incontro), Anzaldo

9 Settembre 2022

Sono arrivato qui in Anzaldo un mese fa, la testa piena di fracasso occidentale progredito: fretta di produzione, di risultati, fretta di piacere, di felicità, fretta di risposte, di decisioni. Turbine di emozioni trangugiate e già dimenticate, inondazione di stimoli e di sentieri iniziati e poi scordati e poco ordine con cui leggere ciò che mi vortica intorno, ciò che mi vortica dentro.

Terzo anno di studio concluso. “Vorrei provare a guardare in faccia a un’altra medicina”, lontana da quella sbirciata da un angolo, dalla chiave della serratura, nei formidabili ospedali lombardi. “Si può?”.
Il dottore mi risponde di sì.

Sono arrivato ad Anzaldo. Sono rimasto affascinato dal colore dei colli, dalla vastità del cielo, dalle pecore e dalle vacche per strada e dalle signore avvolte in drappi e gonne colorate a camminare subito dietro, dai larghi sombreros e dai sandali di gomma ai piedi. Sempre, a qualsiasi temperatura. Piedi usati, consumati, crepati, forti, quasi trasformati nella stessa secca terra che pestano rapidi ogni giorno.
Affascinato dai bordi delle strade, tutto il giorno vivi di anziani appoggiati ai muri delle case pijcheando coca e chiacchierando, di signore a pelare patate e filare lana, di bambini a rincorrere trottole. Gli occhi di quei bambini. Palle tonde, spalancate e mute a guardare lo strano forestiero, visione aliena, che cammina impacciato davanti a loro.

Ho spinto lo sguardo un poco fuori dal pueblo e sono rimasto affascinato dai campi arati coi buoi, dalle case di mattoni di fango e paglia, dalle distese secche di cespugli ed erba inondate di sole, dai volti dei campesinos che le abitano, volti veri e impolverati, sembrano scolpiti a mazzate nella roccia. Dal silenzio dei pomeriggi e dal vento che si alza quando il sole incomincia a scendere e le pecore rientrano nei recinti e i colori si fanno più caldi e l’aria più fredda. Dalla esplosione di stelle che si mostra più bella e incredibile ogni fredda notte. Otro mundo.

Vita quotidiana che inizia quando il sole inizia a spingere via con le sue prime luci l’oscurità e si ferma quando il sole cede le sue ultime luci all’oscurità. Vita di terra, nel sole, nel vento. Conoscere ogni pozza d’acqua concessa da questi colli e sapere da che lato è più comodo e meno pericoloso far bere i tuoi animali. Mani coperte di terra e concime dei tuoi animali. Concime che non ti fa schifo, perché è l’energia preziosa che farà crescere le patate e il mais che ti sfameranno, che tua moglie venderà al mercado campesino del venerdì in Anzado, dal quale ti porterà a casa un sacco di riso e forse qualche borsa di frutta e verdura.

Giogo e aratro di legno, candela nella camera la sera, radio del dopoguerra a raccontarti quanto è ottimo il tuo governo, dannati quelli che hanno fatto il colpo di stato contro Evo! Mondo dove alla mia età hai moglie e magari un paio di figli. E a settant’anni dici “ho 7 figli vivi e 5 morti”. Mondo dove l’accoglienza non si dice a parole, ma prende corpo in un piatto che a ogni pasto ricevi per primo, in un telo messo sul ceppo di legno dove ti siedi tu, e non sugli altri. “Ma nella città da dove vieni, ci sono le stelle?”

Ad Anzaldo ho conosciuto un ospedale. Colorato, pulito, portici e giardini bagnati di sole. Alle volte tranquillo e in attesa, altre volte frenetico. Sempre, aperto. Nelle mattine più impegnative la sala d’attesa si riempie di volti giovani e vecchi, silenziosi aspettano il proprio turno, i teli variopinti a proteggere il cibo per la giornata; e così anche la strada fuori dal cancello. Arrivano da ovunque, da Anzaldo, dalle comunità qui intorno, ma anche dalla città, anche da lontano, c’è chi consuma ore di auto e polvere per arrivare a farsi attendere qui, alzandosi quando la notte è ancora piena. Perché vogliono sia il “dottor Pietro” a vedere il loro malato, il loro problema, non un altro. Perché “ci hanno parlato del dottore”. 
Un ospedale in cui non c’è un interesse, una priorità più grande del paziente che ci entra. È quasi ironico di per sé realizzare che il fatto non è scontato.
Un ospedale dove i risultati non si misurano in prestazioni, o in numero di prestazioni, ma in presenza, vicinanza autentica a chi si rivolge qui per un bisogno, per un problema. Il gioco non è farne tanti, ma non lasciarsene scappare neanche uno. La differenza è sostanziale.
Un ospedale dove non si transige sulla passione che deve animare ogni singolo componente dell’ospedale. Qui si fa così, altrimenti libero di cercare lavoro altrove.

Ad Anzaldo ho conosciuto una famiglia, quella che mi ha aperto le porte della sua casa. Quella che neanche per un secondo mi ha fatto sentire elemento estraneo. Quella che mi ha accolto, aperta, vera, sincera al tavolo del suo impegno quotidiano, come al tavolo della sua preghiera. Una famiglia che fiorisce nel lavoro, non è appassita dal lavoro. Una famiglia dove non si è mai troppo stanchi o troppo impegnati quando c’è da ascoltare una domanda, o aggiustare una tracolla scucita o una ruota forata, o un nuovo paziente in arrivo ad orari improbabili da sistemare, o un impasto di coñape da preparare per la colazione di domani.

Famiglia solida, viva, con cui ho avuto l’onore di convivere e avrò il privilegio di ricordare.
Una famiglia che ha voluto parlare con me, piccolo e sconosciuto, e raccontarsi a me, piccolo e sconosciuto, senza forzature né distanze di sicurezza.

Ad Anzaldo ho conosciuto un dottore, il dottore che ero andato a cercare.
Ho conosciuto un costruttore. Costruttore di una casa ben radicata in Anzaldo, di una famiglia cuore del progetto, di una rete di relazioni umane.
Ho conosciuto un uomo che non ha timori o esitazioni, perché certo della purezza delle sue direzioni.
Ho conosciuto un abitante di Anzaldo. Che davvero vive qui. Che ha amici qui, che ha ricordi qui, che ha affetti sepolti qui. Che è invitato dalla gente di qui se c’è una festa, che parla davanti alla comunità se ci va. Che sa di cosa parla la gente di qui, che sa di cosa si preoccupa e cosa gli interessa.

E questa in verità è una dimensione che non aveva posto nelle mie fantasie circa il “fare il medico dall’altra parte del mondo” e che invece è determinante e ciò che dà sostanza qui: la Concretezza di una vita radicata in un pueblo, pazientemente, anno dopo anno, lasciandosi coinvolgere, intrecciata con le vicende di un pueblo. Questo ospedale non esisterebbe se il dottore fosse a lavorare con le mani qui, ma uscito dal cancello fosse con la testa altrove, in riflessioni personali, e il cuore altrove, in storie personali. Non si dedica una vita professionale a un altro paese, si dedica una vita tutta, da tutti i suoi lati, a un altro paese. Altrimenti non puoi creare qualcosa di vivo.

Ho conosciuto un uomo davvero forte, ma non sovrumano. Molto reale, non un eroe che solca i mari col suo vascello a combattere le ingiustizie. Più umano sincero, lavoratore in una casa, una comunità, persona come quelle al suo intorno. Non sinfonie epiche, ma carillon di quotidianità.

Ad Anzaldo ho conosciuto una fede. La marcia in più che non fa perdere lo slancio quando i ragionamenti scivolano, quando l’equilibrio dei conti a fine mese scricchiola, che non fa vacillare nonostante fallimenti medici, delusioni personali. Che non fa perdere l’allegria nonostante stress, magagne, impegni inesauribili.

Questo è un assaggio dell’Anzaldo che ho conosciuto. Del resto potrei scrivere tutta la notte e non arriverei a far arrivare molto di più.
Lascio la Bolivia nei prossimi giorni, rientro in Italia carico di voglia di formarmi, di costruirmi. Di farmi capace di incontrare e toccare persone, ambienti, mondi e un giorno, Dio sa dove, di costruire la mia presenza, la mia concretezza.

Sebastiano Ghilardi, Studente di Medicina

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